Una ricerca tra materia, memoria e identità
La produzione di Anselmo Carrea, sviluppata tra gli anni Settanta e Novanta a Novi Ligure, si colloca in un territorio di confine in cui la figurazione non è mai semplice rappresentazione, ma dispositivo critico. Carrea utilizza il volto, il corpo, l’oggetto quotidiano come superfici di attrito: luoghi in cui la realtà viene interrogata, compressa, talvolta deformata, per rivelarne la densità emotiva e simbolica.
La sua pittura nasce da un’urgenza narrativa che non si affida alla descrizione, ma alla trasformazione. Le figure sembrano emergere da una materia inquieta, stratificata, che trattiene il gesto e allo stesso tempo lo contraddice. La superficie pittorica diventa così un campo di tensione: non un luogo neutro, ma un organismo vivo, segnato da abrasioni, velature, ripensamenti. È in questa dialettica tra costruzione e cancellazione che si manifesta la voce più autentica dell’artista.
Il colore, spesso terroso o smorzato, non è mai decorativo: agisce come una forza che modella e destabilizza, che illumina e oscura. Carrea non cerca l’armonia, ma una verità emotiva, una vibrazione interna che attraversa la forma e la mette in discussione. Le sue opere sembrano sospese in un tempo intermedio, né pienamente reale né del tutto immaginario, come se fossero frammenti di memoria che riaffiorano con la forza di un ricordo non risolto.




