Sakurai Shinya

Shinya Sakurai, nato ad Hiroshima nel 1981, vive e lavora tra Torino e Tokyo.

Sakurai nasce a Hiroshima e questo, come più volte evidenziato dalla critica, è una sorta di imprinting, un marchio di dolore nella carne che mai si esaurirà, di generazione in generazione. Da giapponese poi, se pur giovane, ha connaturata la saggezza orientale e tutto il metodo di una costruzione del reale che avviene lenta e a capo chino nel rispetto del Tempo. Esistono in giapponese varie parole per indicare il tempo: ad esempio aida è il mentre, il periodo in cui viene svolta un’azione, la retta che congiunge partenza e arrivo, jikan è l’orario, il momento puntuale, forse l’attimo… Non essendo esperta in lingue orientali non mi permetto di dissertare sulla differenza semantica, complicata dal sistema dei kanji/ideogrammi, ma chiaramente l’esistenza di vari termini lascia intravedere una più complessa concezione del tempo, così come fu per i greci.

La lingua greca distingueva infatti tra chronos il tempo nella storia, quello degli uomini, l’oggi e il domani, l’aion le ere che ciclicamente si ripresentano e kairos l’imprevisto,  il deus ex machina, la svolta improvvisa, quello sliding doors che tutto può cambiare in un istante. Il pragmatismo latino ci ha lasciato in eredità un più asciutto tempus.

Sakurai Shinya | Symbol | 2022 | 200 x 150 cm | Mixed tecnique
Sakurai Shinya | Symbol | 2022 | 200 x 150 cm | Mixed tecnique
Sakurai Shinya | Symbol | 2022 | 160 x 250 cm | Mixed tecnique
Sakurai Shinya | Symbol | 2022 | 60 x 60 cm | Mixed tecnique

La scommessa Shinya Sakurai è quella di una proposta estetica basata sul colore e sul simbolismo iconico, esplicitamente decorativa e gradevole che sappia però essere fonte di riflessione e spinta alla ricerca della felicità. Le unità di base della sua pittura danno così forma ad articolate configurazioni in cui i colori assumono il ruolo di perfetta sintesi tra materia e segno e che, come ben è rappresentato nel ciclo Terrific Colors, integrano la materia e le forme della pittura, presentandosi proprio per questo motivo come eccezionali (dall’inglese Terrific) e capaci di esorcizzare il lato terrifico nascosto nella realtà. Mentre la dimensione segnica, come è evidente nel ciclo Symbol, si fa emblematica e iconica della dimensione più esplicitamente immaginaria e antropologica dell’umano, usando i simboli delle tradizioni religiose e della cultura di massa per creare ricorrenze, basate sul concetto di differenza e ripetizione, che si integrano con texture materiche dai densi colori primari. Una pittura che tenta di essere sincretismo tra oriente ed occidente, tra contemporaneità e tradizione.

Il neo pop essenziale e minimale di Shinya, che predilige il segno alla figurazione e usa il colore per invadere la tela, assomigliando superficialmente al pop fluo di Takakashi Murakami, ma al contrario di esso si pone lontano dalla civiltà dei consumi e dalla sua esaltazione, divenendo raffinata indagine sul valore concettuale e semiotico dell’icona e dell’iconografia simbolica che accomuna profondamente le culture umane. Lavori lenti e meditati, apparentemente lontani dalla gestualità dei Gutai e che, solo apparentemente, possono essere accostati all’action painting, sono rappresentativi di   un artista maturo, capace di presentare una propria poetica e una propria cifra stilistica, entrambe mosse dall’urgenza di produrre opere capaci di essere porzioni emozionali del rapporto dell’umano con il mondo e il proprio futuro.

L’elemento neo pop diventa, quindi, pregnante nella restituzione ironica e post moderna di una rappresentazione minimale delle strutture elementari della nostra semantica e grammatica emotiva, cui l’artista tenta di accedere per aprire finestre che proiettino sogni, aspirazioni e speranze attraverso la matericità del colore e delle forme.

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